19 ottobre 2005, in occasione della consegna borse di studio nell’aula magna della scuola fondata da don Dorino

 

Sono certo di trovarmi al posto giusto, per tracciare un breve "identikit" di un sacerdote, di un fondatore, di un amico, che la città di Sassuolo non deve mai dimenticare.

Una fotografia completa di don Dorino Conte nessuno potrà realizzarla, poiché molte e diversificate sono state le attività espresse da don Dorino nei diversi ambiti sociali e formativi.

L’opera di don Dorino non si è limitata unicamente alla fondamentale fondazione della scuola ACAL, ma si è estesa a tutti quei settori nei quali può e deve dipanarsi la vita di un ragazzo, di un giovane.

In un periodo di acute tensioni sociali sorte nell’immediato dopoguerra, don Dorino offriva oltre alla conoscenza di tecniche operative, un orientamento professionale, una formazione umana e spirituale, il rispetto della persona, il riconoscimento dei propri specifici ruoli. Ha reso adulti dei giovani propugnando la fedeltà agli impegni, la solidarietà, la gioia di stare insieme.

Attraverso questa formazione "globale" centinaia di giovani si sono incamminati sulle strade dell’industria e dell’artigianato con intelligenza, fantasia e creatività.

Sassuolo è l’unico luogo in Italia, tenuto conto della ristrettezza del territorio, dove è maturata un’attività che ha generato "giovani lavoratori specializzati" che hanno sostituito in breve il precariato e i praticanti generici.

L’impegno scolastico è stato affiancato da meravigliose attività sportive, ricreative, culturali e di aggregazione. Con la sua istituzione, don Dorino ha contribuito a rendere serene le famiglie infondendo cosciente fiducia che i loro figli erano consegnati in "buone mani".

Su don Dorino sono piovute anche aspre critiche, frutto di scariche emotive, ingiuste e irrazionali. Ma quel poco fango di accuse isteriche, non ha potuto soffocare l’ispirazione ideale che alimentava la sua azione altamente sociale, che emanava solidarietà e attenzione evangelica "ai piccoli".

In quel periodo sorgevano altri profeti in seno alla Chiesa e alla società, come ad esempio don Mazzi, parroco all’isolotto di Firenze che sollevò molto polverone con le sue contestate iniziative: di lui rimane appena un ricordo sbiadito.

Mi sia permesso spiegarmi con un racconto.

Due fratelli ricevono una discreta eredità dal defunto padre. Il primo per essere ricordato innalza un monumento a se stesso in quel luogo deserto dicendo: "Chi passerà di qui mi ricorderà". Il secondo invece ebbe l’intuizione di "scavare un pozzo" dicendo: chi passerà di qui potrà dissetarsi, lavarsi e rinfrescarsi: sono due modi di interpretare l’esistenza.

A Don Dorino non sono stati innalzati monumenti o gigantesche statue. E’ ricordato modestamente in questa aula magna. Eppure quest’uomo nella sua vita ha scavato un pozzo, dove ancora molti "suoi figli" attingono ancora l’acqua fresca del ricordo, della memoria e della riconoscenza.

Era un prete autentico, vero, esempio luminoso, personalità ricchissima. Camminava davanti a noi, persona tenace, determinata, mai superficiale, che penetrava le situazioni.

Ho collaborato con lui per diversi anni, ho conosciuto il suo temperamento. Era una persona che non si arrendeva mai. Si è fatto "mendicante" per i suoi ragazzi presso i potenti e i grandi dell’industria. Non ha disdegnato l’acre odore del denaro e dei sostegni perché tutto era finalizzato a mete sublimi e di solidarietà.

Questo moderno sacerdote non ha lavorato o accumulato per sé, ma per chi non aveva voce, per noi per i molti che non lo hanno neppure conosciuto. E’ vissuto con modestia, il cibo più ricorrente sulla sua e nostra tavola era la polenta che la solerte Angelina ci propinava quasi tutti i giorni. E’ vissuto senza dare fiato alle trombe e inseguire falsi miti.

Grazie, Don Dorino

Don Achille Lumetti